Perché l’Italia è in ritardo sulle energie rinnovabili

9 Settembre 2025

La transizione energetica in Italia è in forte ritardo soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo delle fonti rinnovabili e degli accumuli.

Lo sostiene il rapporto realizzato da The European House–Ambrosetti (TEHA) in collaborazione con Edison, presentato al Forum di Cernobbio che si è chiuso domenica 7 settembre.

Il documento inizia col “fotografare” lo stato di salute della transizione nel nostro Paese, rispetto agli obiettivi fissati dal Pniec al 2030, utilizzando 14 indicatori di performance in tre macro-aree: riduzione delle emissioni, diffusione delle rinnovabili, decarbonizzazione dei consumi finali.

Al momento, l’Italia è in linea o con lievi ritardi solo per quattro indicatori, pari al 30% circa del totale.

Ed è proprio nelle rinnovabili che si concentrano i ritardi più elevati. In particolare, il tasso medio annuo di crescita della potenza eolica installata è un terzo di quello necessario per raggiungere il target 2030, traducendosi in uno scostamento temporale stimato di 10 anni.

Anche per il solare si registra un rallentamento, seppur più contenuto, che proietta il raggiungimento degli obiettivi con almeno 4-5 anni di ritardo (si vedano anche i dati di Legambiente).

Inoltre l’Italia continua a registrare un gap competitivo rispetto ai principali Paesi europei, a causa di differenti extra-costi sistemici.

I progetti “ready to build” italiani, si legge nel documento, “risultano oltre il 20% più costosi a parità di caratteristiche rispetto alla media” di Francia e Germania.

Tale divario “è riconducibile a una combinazione di fattori strutturali, tra cui l’elevato costo dei terreni e delle connessioni alla rete”, che possono incidere fino al 39% del valore LCOE complessivo.

Per non parlare della governance territoriale “frammentata” e delle procedure autorizzative “lente e complesse”: a gennaio 2025 risultavano oltre 1.700 progetti in attesa di valutazione presso il Mase, di cui circa l’80% ancora bloccato nella fase di istruttoria tecnica.

“L’assenza di filtri all’ingresso, il mancato coordinamento tra pianificazione energetica e disponibilità infrastrutturale, e la mancanza di criteri di priorità hanno generato una situazione di congestione normativa e amministrativa”, affermano gli autori

Altro ostacolo alla competitività delle rinnovabili italiane è rappresentato dall’attuale confusione innescata dal decreto aree idonee, “pensato per accelerare lo sviluppo ma rivelatosi fonte di disomogeneità e incertezza normativa”

Restrizioni e vincoli eccessivi imposti dalle Regioni, infatti, hanno escluso grandi porzioni di territorio dalla possibilità di realizzare gli impianti, tanto che il Tar del Lazio ha in parte bocciato il decreto per mancanza di criteri omogenei e assenza di una disciplina transitoria.

In tema di connessioni, Terna ha avviato un nuovo modello di programmazione territoriale basato su 76 microzone; prevista anche l’introduzione del modello open season che supera la logica dell’accesso sequenziale e consente una gestione centralizzata e trasparente delle connessioni, prenotabili solo in finestre temporali predefinite e allineate alla disponibilità di capacità reale.

Nucleare e CCS

Guardando all’orizzonte 2050, secondo The European House-Ambrosetti occorre puntare su uno “sviluppo sinergico tra tecnologie mature a rapido dispiegamento (es. fotovoltaico, eolico onshore, batterie e pompaggi idroelettrici) e soluzioni strategiche a lungo termine per la sicurezza e l’indipendenza energetica (es eolico offshore, nucleare, CCS) che inserite nel giusto mix consentono di ridurre il costo complessivo dell’energia”. Quanto ai pompaggi, si parla di un potenziale per 13,6 GW di nuovi impianti, su cui investire circa 37 miliardi di euro.

Nel 2050 la generazione totale aumenterà a 470-520 TWh annui spinta dalla maggiore elettrificazione dei consumi finali.

Un passaggio particolarmente “scivoloso” del rapporto è quando afferma che “gli eventi degli ultimi anni, tra cui crisi geopolitiche, volatilità dei mercati energetici e tensioni sulle catene di approvvigionamento, hanno messo in luce la necessità di integrare nel mix energetico anche tecnologie che, pur richiedendo orizzonti temporali e investimenti iniziali più ampi, siano in grado di massimizzare altri parametri chiave quali resilienza, continuità di approvvigionamento e ritorno strategico per il sistema-Paese”.

Il riferimento è soprattutto al nuovo nucleare dei piccoli reattori modulari (SMR) e alle tecnologie per catturare le emissioni di anidride carbonica (CCS).

Le proiezioni del Pniec al 2050 nello scenario “con nucleare”, si ricorda, vedono 8 GW di reattori in grado di soddisfare circa il 10% della domanda elettrica nazionale. Mentre la CCS dovrebbe arrivare a 30 milioni di tonnellate di CO2 “catturata”.

Senza entrare nuovamente nei dettagli delle critiche e delle notevoli incertezze legate a queste due soluzioni per la decarbonizzazione, ci limitiamo a ricordare che in più occasioni abbiamo riportato quali sono i rischi tecnico-economici legati al nuovo nucleare e alla cattura della CO2.

Scritto da Clara Sorrentino